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3 e 32 quaranta secondi che ci hanno “tolto” la vita, 11 mesi che ci hanno “rubato” la vita, ovvero il miracolo aquilano.

21.03.10 da La redazione | Commenta

l'aquila

L’Aquila era un posto fantastico, era una città universitaria fatta di giovani, per noi della provincia era il sogno di uscire di casa, di affrontare, finalmente, una vita da soli. Era la “città” dove potevi perderti lontano da parenti e amici ed era dietro l’angolo di casa, non lontana e difficile come Roma, era semplicemente lì!

Con i suoi portici pieni di vita, con le sue piazze dove suonare, parlare incontrare gli amici e, perfi­no, con le sue chiese diventate compagne irrinunciabili di quel panorama che ci riempiva quotidia­namente gli occhi.

L’Aquila era “città” nel senso più profondo della nostra storia e con questa caratteristica conservava nel suo cuore la storia e la cultura di molti popoli del Centr’Italia, cultura e storie rapite spesso da dominatori, ma difese da sempre da mani ben più rapaci e bastava camminarci in mezzo per sentirla raccontare e quei giovani che la popolavano, che la conquistavano se ne impregnavano l’anima.

Loro non erano certo in grado di vedere l’ingiuria di costruzioni inique, loro, i giovani, la vivevano e basta, con la speranza di una vita tutta da costruire.

Poi, quella notte terribile è crollata e insieme ai morti sono stati sepolti il sogno, la storia, la fre­schezza di chi innocente pensava che quella stanza per studiare a L’Aquila era un mondo già con­quistato!

Il terremoto è un evento inesorabile e imprevedibile (forse), ma sicuramente arginabile, il terremoto è qualcosa di terribile da cui però una volta pianti i morti e le perdite ci si può risollevare.

Ma la logica malata del potere ha pensato bene che fosse solo un evento per arricchirsi per “giocare” ai padroni della vita e della morte dove le pedine da spostare e sacrificare erano gli abi­tanti abruzzesi, i volontari, i pompieri e i giovani universitari, e allora, il potere, come in una nuova shoah, li ha separati, deportati, uccisi una seconda volta. Gli ha offerto condomini simili a cubicoli e alberghi in cambio della loro città e della loro storia, un’edizione moderna e più “civile” dei forni crematori, rapinando in questo modo i tesori di quei posti peggio di una nuova calata di barbari (e anche questa volta i predatori vengono dal Nord) e quei giovani, che una società sana dovrebbe aiu­tare a camminare nel mondo, sono stati cacciati, rimandati a casa da mamma e papà.

Tutto questo sembra l’iconografia dell’Italia di oggi dove tutto è immolato sull’altare dei non valori e paragonare questi nuovi predatori ai barbari è un offesa per quelle genti che invadevano l’Italia che a differenza di questi ladroni di oggi, ne comprendevano il valore culturale e spesso ne facevano pa­trimonio.

L’Aquila è stata rubata a tutti gli italiani, come tutto il territorio massacrato di questa nostra nazione.

Il vero miracolo aquilano è quella gente che resiste, il popolo delle carriole, quei professori che non hanno ceduto, quegli studenti che in mezzo a mille difficoltà non hanno abbandonato le loro Uni­versità e badate bene, erano gli stessi che scavavano quella notte del 6 aprile 2009, quegli stessi che troppi anni fa salvavano con un amore immenso i libri dall’alluvione di Firenze, quel popolo di sco­nosciuti che conosce ancora la parola solidarietà e che ama veramente la sua terra. Non c’erano gli imprenditori e i potenti, non ci sono mai stati, loro arrivano dopo come avvoltoi per nutrirsi della tragedia.

Noi tutti, oggi, abbiamo un compito facciamo rivolare le aquile, cacciamo una volta per tutte gli av­voltoi, lottiamo per ridare dignità alle persone, alla cultura, alla società.

Loretta Scannavini

Sinistra Ecologia Libertà di Rieti e Provincia

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